domenica 2 gennaio 2011

"Sei cappelli per pensare" (BUR, 1994)

"Sei cappelli per pensare" (BUR, 1994) (Se fai sempre le stesse azioni, ottieni sempre lo stesso risultato)

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno sabato 18 settembre 2010 alle ore 20.38
Edward de Bono, ha teorizzato questo metodo nel libro "Sei cappelli per pensare" (BUR, 1994) e nei relativi siti web.

Io l'ho usato più volte, con risultati sempre interessanti. In genere, quando ci poniamo di fronte ad un problema,
conserviamo sempre lo stesso atteggiamento, pessimista, emotivo, distaccato.
Quando indossiamo un cappello cambiamo atteggiamento. Si indossa il cappello per uscire o per esercitare una funzione (il vigile).
Indossare un cappello quando si partecipa ad una riunione o si affronta un problema significa assumere un certo atteggiamento,
che cambia a seconda del cappello che si indossa.
Si usano sei cappelli di colore diverso.
I cappelli sono simbolici.
Si "indossano" con queste frasi:
"mettiamoci il cappello blu"
"togliti il cappello nero"
"ora prova a dirmi che ne pensi con il cappello giallo"
e così via.
Nei gruppi di lavoro il conduttore propone il tema e spiega il funzionamento dei cappelli (indossando il cappello blu).
Invita i partecipanti ad indossare il cappello bianco e ad analizzare il tema. Controlla che tutti si comportino secondo il cappello indossato.
Poi fa cambiare i cappelli. La riunione termina quando si arriva a risultati soddisfacenti. (In genere i partecipanti continuano a "indossare i cappelli" anche dopo).

Ecco i sei cappelli:

Cappello biancoAnalisi dei dati, raccolta di informazioni, precedenti, analogie ed elementi che sono raccolti senza giudicarli.

Cappello rossoEmotività, esprimere di getto le proprie intuizioni, come suggerimenti o sfoghi liberatori, come se si ridiventasse bambini. Emozioni, sentimenti.

Cappello neroL'avvocato del diavolo che rileva gli aspetti negativi, le ragioni per cui la cosa non può andare.

Cappello gialloL'avvocato dell'angelo, rileva gli aspetti positivi, i vantaggi, le opportunità.

Cappello verdeIndica sbocchi creativi, nuove idee, analisi e proposte migliorative, visioni insolite.

Cappello bluStabilisce priorità, metodi, sequenze funzionali. Pianifica, organizza, stabilisce le regole del gioco. Conduce il gioco.
Il metodo è molto raccomandabile per rendere le riunioni meno conflittuali e più produttive.

A chi piace può usalro per le proprie necessità comunicative e di Problem Solvim

Saluti a tutti gli amici... buona settimana..


Come si Trasmette un'Idea??? E come la si percepisce???

Come si Trasmette un'Idea??? E come la si percepisce???

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno sabato 18 settembre 2010 alle ore 20.38
Maya... è.. "Illusione".... Conoscere l'Ipnosi.. Per uscire dall'Ipnosi...

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Gestire la propria vita unica... in questa Terra.. ma, ologrammatica nelgli universi...

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Svegliarsi... o Risvegliarsi???... Questa è la domanda...

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Buona notte e felice settiamana a tutti gli amici.. a domani nel solito sogno.. Matrix...


Psicosomatica..

Psicosomatica..

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno sabato 18 settembre 2010 alle ore 20.37
LA PSICOSOMATICA
Corpo e mente non sono due mondi separati, ma sono due parti, in continua influenza reciproca, di un tutt'uno: l'uomo nella sua unità somato-psichica.
In ambito medico è ormai largamente condivisa l'idea che il benessere fisico abbia una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro volta questi ultimi abbiano una certa ripercussione sul corpo. Non a caso il vecchio concetto di malattia intesa come "effetto di una causa", è stato sostituito con una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (e quindi anche una affezione organica) è conseguente all'intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico. Si ipotizza inoltre che quest'ultimo, a seconda della sua natura, possa agire favorendo l'insorgere di una malattia, o al contrario favorendone la guarigione.
La psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma (il disturbo), occupandosi nello specifico di rilevare e capire l'influenza che l'emozione esercita sul corpo e le sue affezioni.
In passato si parlava di psicosomatica riferendosi ad essa solo in relazione a quelle malattie organiche la cui causa era rimasta oscura e per le quali (quasi per esclusione) si pensava potesse esistere una "genesi psicologica".
Oggi al contrario si parla non solo di psicosomatica, ma di un'ottica psicosomatica corrispondente ad una concezione della medicina che guarda all'uomo come ad un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio, e che presta attenzione non solo alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche all'aspetto emotivo che l'accompagna.
Secondo quest'ottica è possibile distinguere malattie per le quali i fattori biologici, tossico-infettivi, traumatici o genetici hanno un ruolo preponderante e malattie per le quali i fattori psico-sociali, sotto forma di emozioni e di conflitti attuali o remoti, sono determinanti. In questo senso l'unità psicosomatica dell'uomo non viene persa di vista e i sintomi o i fenomeni patologici vengono indagati in modo complementare da un punto di vista psicologico e fisiologico.
Secondo quest'ottica si potrebbe affermare che ogni malato è psicosomatico e addirittura in un caso estremo, si potrebbe sostenere che anche una frattura o un trauma fisico potrebbero avere un'origine psicosomatica in quanto potrebbero essere letti come espressione di possibili disagi psicologici.
Come esempio emblematico per questo concetto ci si potrebbe riferire al caso di quelle persone che vanno incontro ad "incidenti ripetuti" e per i quali non può essere invocata come giustificazione solo la sfortuna, oppure ci si potrebbe riferire a quelle malattie o quei processi che seguono, a breve distanza di tempo, alcune situazioni ambientali a grande risonanza affettiva quali il pensionamento, i lutti, le delusioni sentimentali o nel campo lavorativo.
Si parla di psicosomatica non solo come prospettiva con la quale guardare l'evento patologico, ma anche in relazione a sintomi somatici fortemente connessi alle emozioni e in relazione alle cosiddette vere e proprie malattie psicosomatiche.
Per quanto riguarda i sintomi psicosomatici, essi, pur non organizzandosi in vere e proprie malattie, si esprimono attraverso il corpo, coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress.
In genere tali sintomi hanno una durata di tempo limitata, cessano con il cessare dell'elemento scatenante e non presuppongono una lesione d'organo.
Al contrario, sono considerate vere e proprie malattie psicosomatiche quelle malattie alle quali classicamente si riconosce una genesi psicologica (o quantomeno in buona parte psicologica) ed in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d'organo con segni indiscutibili di lesione.
Quali sono i disturbi e le malattie psicosomatiche?
La varietà dei modelli interpretativi consente solo in modo approssimativo di elencare e classificare le malattie e i disturbi psicosomatici. In ogni caso le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come psicosomatiche sono l'ipertensione arteriosa, l'asma bronchiale, la colite ulcerosa, l'ulcera gastro-duodenale e l'eczema.
Ultimamente questo elenco si è andato via via infoltendo fino a comprendere:
  1. i disturbi dell'alimentazione che si evidenziano intorno ai due eccessi rappresentati dall'anoressia e dalla bulimia con conseguente obesità;
  2. le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema gastrointestinale dove tra le malattie organizzate c'è, oltre alla colite ulcerosa e all'ulcera gastro-duodenale, la rettocolite emorragica, mentre tra i disturbi psicosomatici sono presenti la gastrite cronica, l'iperacidità gastrica, il pilorospasmo, il colon irritabile o spastico, la stipsi, la nausea e il vomito, la diarrea (da emozione, da "esami")
  3. le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema respiratorio ad esempio la già citata asma bronchiale, la sindrome iperventilatoria, la dispnea, il singhiozzo;
  4. le malattie e i sintomi psicosomatiche a carico del sistema cardiovascolare ad esempio le aritmie, le crisi tachicardiache, le coronopatie (angina pectoris, insufficienza coronarica, infarto) l'ipertensione arteriosa essenziale, la cefalea emicranica, la nevrosi cardiaca, le algie precordiali;
  5. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema cutaneo ad esempio la psoriasi, l'eritema pudico (rossore da emozione), l'acne, la dermatite atopica, il prurito, la neurodermatosi, l'iperidriosi, l'orticaria, la canizie, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa;
  1. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema muscoloscheletrico ad esempio la cefalea tensiva, i crampi muscolari, il torcicollo, la mialgia, l'artrite, dolori al rachide (cervicale e lombo-sacrale), la cefalea nucale;
  2. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema genitourinario ad esempio dolori mestruali, disturbi minzionali, enuresi, impotenza;
  3. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema endocrino ad esempio ipopituitarismo, iper o ipotiroidismo, ipoglicemia, diabete mellito.
Come si spiega l'insorgere del sintomo o della malattia psicosomatica?
Esistono molti modelli interpretativi che cercano di spiegare l'insorgenza del sintomo
o della malattia psicosomatica.

Nell'interpretazione energetica di Reich si parte dall'assunto che tutti i processi biologici seguano il binario di carica e scarica per cui da una tensione meccanica, si passa ad una carica elettrica, ad una successiva scarica elettrica e ad una conseguente distensione meccanica. Quando la scarica viene impedita tutto l'organismo vive in uno stato di carica senza sfogo; se questa condizione diventa uno stato cronico, si forma a livello psichico una corazza caratteriale e a livello fisico una corazza muscolare. Queste ultime finiscono così per esercitare una continua operazione di controllo delle emozioni e per diventare una potente struttura di difesa da esse. In questa prospettiva i disturbi organici e quelli psichici sono riconducibili alle corazze in cui si esprime la sovraccarica cronica.
Un secondo modello interpretativo, quello di Bikow, ritiene al contrario che responsabile di una patologia sia un legame associativo scorretto tra uno stimolo e i meccanismi di reazione che coinvolgono le strutture cerebrali superiori, il cui cattivo condizionamento si ripercuote sulle strutture corticali e sui centri vegetativi con conseguente risposta organica patologica.
Seguendo l'ipotesi dell'analisi esistenziale secondo cui lo psichico esprime la modalità con cui un corpo è nel mondo, Boss ritiene che la malattia esprima o l'unica modalità con cui il corpo si apre e si relaziona al mondo, o le modalità escluse, che non esprimendosi in un vissuto globale si annunciano patologicamente. Da questo punto di vista le regioni del corpo colpite dalla malattia appartengono alla relazione con il mondo patologicamente interrotta o esasperata. Ciò che determina la malattia corporea non è quindi una somatogenesi o una psicogenesi o una interazione tra le due, ma è un alterazione del rapporto tra il soggetto e il mondo.
All'interno di una ipotesi gestaltica, Weizsächer ritiene che per la piena comprensione di un fenomeno patologico occorre riferirsi agli avvenimenti della sfera corporea percepiti come trasformazioni fisiche, a quelli della sfera psichica espressi da pensieri, sogni, fantasie, e a quelli della sfera sociale che si traducono in rapporti e interazioni con gli altri.
Seguendo un'impostazione di tipo più fisiologico, Cannon ritiene che le malattie psicosomatiche siano dovute allo stress, ossia a risposte emozionali troppo intense o troppo a lungo mantenute che mettono in moto risposte fisiologiche o psicologiche il cui scopo è quello di attenuare lo stress. Il comportamento messo in atto può essere di "attacco" o di "fuga" secondo Cannon, o di "adattamento" secondo Selye. Quando gli sforzi del soggetto falliscono perché lo stress supera la capacità di risposta, allora si è esposti ad una vulnerabilità nei confronti della malattia dovuta ad un abbassamento delle difese dell'organismo.
Nemiah, al contrario, partendo dalla constatazione che il paziente psicosomatico presenta un'incapacità di descrivere con precisione i propri sintomi, un'incapacità ad individuare sensazioni affettive e distinguerle tra loro, un'inadeguatezza tra esplosioni emozionali e corrispettivi stati affettivi interni, rigidità, distacco e disarticolazione nella postura e nelle mimica, ha ipotizzato che a causa di fattori genetici o di difetti dello sviluppo esisterebbe una carenza di connessioni neuronali tra le aree del sistema limbico, deputate alla rielaborazione delle pulsioni e degli affetti, e le aree corticali, sede delle rappresentazioni consce, dei sentimenti e delle fantasie. Ne consegue che le stimolazioni delle pulsioni non vengono elaborate a livello corticale, ma deviate sull'ipotalamo che genera stimolazioni troppo intense e prolungate a carico del sistema vegetativo.
In conclusione si può affermare che le malattie somatiche sono quelle che più strettamente realizzano uno dei meccanismi difensivi più arcaici con cui si attua una espressione diretta del disagio psichico attraverso il corpo. In queste malattie l'ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma (il disturbo); non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite.
In genere il paziente psicosomatico si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e di cose e povero in emozioni. Per meglio chiarire si tratta di un paziente che difficilmente riferisce sentimenti quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione.
Spesso si tratta di pazienti che hanno difficoltà a far venire alla luce emozioni, che separano dalle cose ogni elemento di fantasia . Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo. In questo senso una persona, incapace di accedere al suo mondo emotivo, potrebbe non percepire rabbia, frustrazione o stress per una difficile condizione lavorativa e neppure immaginare una possibile connessione tra la sua ulcera e le emozioni o i vissuti relativi al suo lavoro.
Anche se tali caratteristiche non sono sempre presenti in assoluto in quelli che presentano una patologia psicosomatica, sembra comunque permanga sempre in queste persone una parte dell'io che tende a funzionare in questo modo









Il cuore che pulsa, le mani sudate, il respiro affannato, il tremore degli arti che accompagna, ad esempio, sensazioni di intensa paura, sono correlati fisiologici molto evidenti dell'emozione.
LE EMOZIONI
L'emozione, specialmente se intensa, può provocare alterazioni somatiche diffuse: il sistema nervoso centrale influenza le reazioni mimiche (l'espressione del viso), la tensione muscolare; il sistema vegetativo e le ghiandole endocrine, la secrezione di adrenalina, l' accellerazione del ritmo cardiaco e altre risposte viscerali.
  cercherà di aiutarti a comprendere in cosa consiste l'emozione, adottando un approccio cognitivo-comportamentale.
Secondo tale approccio, l’emozione rappresenta un comportamento di risposta profondamente legato alle motivazioni, che si manifesta a tre diversi livelli:


psicologico
 
comportamentale
 
fisiologico
Ma...quali sono le motivazioni del comportamento umano?  che cos'è l'emozione?  quante e quali sono le emozioni? 

L’insieme degli eventi che si succedono tra

la comparsa dello stimolo scatenante e

l’attivazione dei tre sistemi di risposta (sensazione soggettiva  -  comportamento -  variazioni fisiologiche)

consente di comprendere ciò che viene detta emozioni

Motivazioni

Comunemente si pensa di dedurre le motivazioni dal comportamento; in realtà lo stesso comportamento può essere causato da motivazioni diverse. Uno studente può passare tre ore a studiare per interesse per la materia, per compiacere un genitore o  per primeggiare sui compagni e sentirsi importante.
lo stesso obiettivo può essere raggiunto con diversi comportamenti
differenti obiettivi possono essere raggiunti con lo stesso comportamento
un comportamento può essere strumentale al raggiungimento di differenti obiettivi
Per meglio definire le motivazioni profonde del comportamento umano sono state sviluppate  molte teorie, citiamo le più importanti: la teoria psicoanalitica, la teoria comportamentistica e la teoria cognitiva.
Secondo la teoria psicoanalitica di Freud le pulsioni fondamentali sono il sesso e l'aggressività. La teoria comportamentistica sottolinea l'importanza della relazione stimolo-risposta e dell'apprendimento nello sviluppo del comportamento. La teoria cognitiva può essere definita come la teoria della scelta preferenziale; cioè la decisione di impegnarsi in una certa attività piuttosto che in altre ed il grado di partecipazione si determinano sulla base di considerazioni di carattere cognitivo.
Che cos’è l’emozione?
Sebbene l’emozione si realizzi all’interno della complessa relazione tra l’individuo e l’ambiente, è utile, per chiarirne gli aspetti, considerarla come indotta da una specifica condizione stimolo. In altre parole, l’emozione è un esempio di comportamento rispondente, comportamento cioè dove può essere individuato uno stimolo scatenante, legato alle motivazioni profonde.
L’emozione può essere definita come quella complessa catena di eventi compresa tra la comparsa dello stimolo scatenante (INPUT) e l’esecuzione del comportamento rispondente (OUTPUT).
Tre sono i diversi livelli o sistemi di risposta attraverso i quali si manifesta l’emozione:


Il primo sistema, detto psicologico, comprende i resoconti verbali relativi all’esperienza soggettiva, come ad esempio: “ho provato una intensa sensazione di rabbia quando ......”.


Il secondo sistema, denominato comportamentale, riguarda invece le manifestazioni motorie dell’emozione, come ad esempio il comportamento di evitamento, di avvicinamento, di attacco e la fuga ecc., e le modificazioni dell’atteggiamento posturale e dell’espressione facciale.


Infine, vi è il livello fisiologico, prevalentemente rappresentato delle modificazioni fisiche: ad esempio negli effettori innervati dal sistema nervoso autonomo, quindi alterazioni della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, dell'irrorazione vascolare facciale (l’arrossire), l’aumento della sudorazione delle mani, o le modificazione del ritmo respiratorio. Tutte queste variazioni sono connesse con, e anche indotte da, modificazioni di tipo endocrino, per esempio del sistema ipofisi-corticosurrenale (ACTH e cortisolo) o della midollare del surrene (adrenalina e noradrenalina).
Nessuno di questi tre sistemi (psicologico, comportamentale e fisiologico) è prioritario rispetto agli altri, ma piuttosto ognuno risulta strettamente connesso agli altri in una globale risposta emozionale. I tre sistemi cioè interagiscono tra loro pur essendo parzialmente indipendenti. Concludendo, l’emozione risulta essere un insieme di risposte”.
Quante e quali sono le emozioni?
Possiamo ipotizzare che la moltitudine delle esperienze emotive sia spiegabile mediante una decina di emozioni fondamentali o primarie. Plutchik (1970, 1980) ha suggerito un modello efficace (parzialmente verificato sul piano empirico per la classificazione delle espressioni facciali). Tre sono le fondamentali dimensioni rappresentate in questo modello: intensità, polarità e somiglianza.

Il cerchio rappresenta la somiglianza e la polarità delle otto emozioni primarie. L’intensità può variare su un asse ortogonale al cerchio, per esempio la paura aumentando può divenire terrore, diminuendo può divenire apprensione.

Il modello sembra essere in grado di spiegare la maggior parte delle emozioni umane, ciascuna delle quali può essere considerata come una combinazione di queste emozioni primarie.

LA PSICOSOMATICA
Corpo e mente non sono due mondi separati, ma sono due parti, in continua influenza reciproca, di un tutt'uno: l'uomo nella sua unità somato-psichica.
In ambito medico è ormai largamente condivisa l'idea che il benessere fisico abbia una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro volta questi ultimi abbiano una certa ripercussione sul corpo. Non a caso il vecchio concetto di malattia intesa come "effetto di una causa", è stato sostituito con una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (e quindi anche una affezione organica) è conseguente all'intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico. Si ipotizza inoltre che quest'ultimo, a seconda della sua natura, possa agire favorendo l'insorgere di una malattia, o al contrario favorendone la guarigione.
La psicosomatica è quella branca della medicina che pone in relazione la mente con il corpo, ossia il mondo emozionale ed affettivo con il soma (il disturbo), occupandosi nello specifico di rilevare e capire l'influenza che l'emozione esercita sul corpo e le sue affezioni.
In passato si parlava di psicosomatica riferendosi ad essa solo in relazione a quelle malattie organiche la cui causa era rimasta oscura e per le quali (quasi per esclusione) si pensava potesse esistere una "genesi psicologica".
Oggi al contrario si parla non solo di psicosomatica, ma di un'ottica psicosomatica corrispondente ad una concezione della medicina che guarda all'uomo come ad un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio, e che presta attenzione non solo alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche all'aspetto emotivo che l'accompagna.
Secondo quest'ottica è possibile distinguere malattie per le quali i fattori biologici, tossico-infettivi, traumatici o genetici hanno un ruolo preponderante e malattie per le quali i fattori psico-sociali, sotto forma di emozioni e di conflitti attuali o remoti, sono determinanti. In questo senso l'unità psicosomatica dell'uomo non viene persa di vista e i sintomi o i fenomeni patologici vengono indagati in modo complementare da un punto di vista psicologico e fisiologico.
Secondo quest'ottica si potrebbe affermare che ogni malato è psicosomatico e addirittura in un caso estremo, si potrebbe sostenere che anche una frattura o un trauma fisico potrebbero avere un'origine psicosomatica in quanto potrebbero essere letti come espressione di possibili disagi psicologici.
Come esempio emblematico per questo concetto ci si potrebbe riferire al caso di quelle persone che vanno incontro ad "incidenti ripetuti" e per i quali non può essere invocata come giustificazione solo la sfortuna, oppure ci si potrebbe riferire a quelle malattie o quei processi che seguono, a breve distanza di tempo, alcune situazioni ambientali a grande risonanza affettiva quali il pensionamento, i lutti, le delusioni sentimentali o nel campo lavorativo.
Si parla di psicosomatica non solo come prospettiva con la quale guardare l'evento patologico, ma anche in relazione a sintomi somatici fortemente connessi alle emozioni e in relazione alle cosiddette vere e proprie malattie psicosomatiche.
Per quanto riguarda i sintomi psicosomatici, essi, pur non organizzandosi in vere e proprie malattie, si esprimono attraverso il corpo, coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress.
In genere tali sintomi hanno una durata di tempo limitata, cessano con il cessare dell'elemento scatenante e non presuppongono una lesione d'organo.
Al contrario, sono considerate vere e proprie malattie psicosomatiche quelle malattie alle quali classicamente si riconosce una genesi psicologica (o quantomeno in buona parte psicologica) ed in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d'organo con segni indiscutibili di lesione.
Quali sono i disturbi e le malattie psicosomatiche?
La varietà dei modelli interpretativi consente solo in modo approssimativo di elencare e classificare le malattie e i disturbi psicosomatici. In ogni caso le malattie che storicamente sono state sempre interpretate come psicosomatiche sono <span>l'ipertensione arteriosa</span>, <span>l'asma bronchiale</span>, la colite ulcerosa, l'ulcera gastro-duodenale e <span>l'eczema</span>.
Ultimamente questo elenco si è andato via via infoltendo fino a comprendere:
  1. i disturbi dell'alimentazione che si evidenziano intorno ai due eccessi rappresentati dall'anoressia e dalla bulimia con conseguente obesità;
  2. le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema gastrointestinale dove tra le malattie organizzate c'è, oltre alla colite ulcerosa e all'ulcera gastro-duodenale, la rettocolite emorragica, mentre tra i disturbi psicosomatici sono presenti la <span>gastrite cronica</span>, l'iperacidità gastrica, il pilorospasmo, <span>il colon irritabile</span> o spastico, <span>la stipsi,</span> <span>la nausea</span> e <span>il vomito</span>, la <span>diarrea</span> (da emozione, da "esami")
  3. le malattie e i sintomi psicosomatici a carico del sistema respiratorio ad esempio la già citata <span>asma bronchiale</span>, la sindrome iperventilatoria, la dispnea, il singhiozzo;
  4. le malattie e i sintomi psicosomatiche a carico del sistema cardiovascolare ad esempio le aritmie, le crisi <span>tachicardiache</span>, le coronopatie (angina pectoris, insufficienza coronarica, infarto) <span>l'ipertensione arteriosa</span> essenziale, <span>la cefalea emicranica</span>, la nevrosi cardiaca, le algie precordiali;
  5. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema cutaneo ad esempio <span>la psoriasi</span>, l'eritema pudico (rossore da emozione), <span>l'acne</span>, <span>la dermatite atopica</span>, il prurito, la neurodermatosi, l'iperidriosi, <span>l'orticaria</span>, la canizie, la secchezza della cute e delle mucose, la sudorazione profusa;
  6. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema muscoloscheletrico ad esempio la cefalea tensiva, <span>i crampi muscolari</span>, il torcicollo, la mialgia, l'artrite, dolori al rachide (cervicale e lombo-sacrale), la cefalea nucale;
  7. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema genitourinario ad esempio dolori mestruali, disturbi minzionali, enuresi, impotenza;
  8. le malattie e i sintomi psicosomatici relativi al sistema endocrino ad esempio ipopituitarismo, iper o ipotiroidismo, ipoglicemia, diabete mellito.

Come si spiega l'insorgere del sintomo o della malattia psicosomatica?
Esistono molti modelli interpretativi che cercano di spiegare l'insorgenza del sintomo o della malattia psicosomatica.

Nell'interpretazione energetica di Reich si parte dall'assunto che tutti i processi biologici seguano il binario di carica e scarica per cui da una tensione meccanica, si passa ad una carica elettrica, ad una successiva scarica elettrica e ad una conseguente distensione meccanica. Quando la scarica viene impedita tutto l'organismo vive in uno stato di carica senza sfogo; se questa condizione diventa uno stato cronico, si forma a livello psichico una corazza caratteriale e a livello fisico una corazza muscolare. Queste ultime finiscono così per esercitare una continua operazione di controllo delle emozioni e per diventare una potente struttura di difesa da esse. In questa prospettiva i disturbi organici e quelli psichici sono riconducibili alle corazze in cui si esprime la sovraccarica cronica.
Un secondo modello interpretativo, quello di Bikow, ritiene al contrario che responsabile di una patologia sia un legame associativo scorretto tra uno stimolo e i meccanismi di reazione che coinvolgono le strutture cerebrali superiori, il cui cattivo condizionamento si ripercuote sulle strutture corticali e sui centri vegetativi con conseguente risposta organica patologica.
Seguendo l'ipotesi dell'analisi esistenziale secondo cui lo psichico esprime la modalità con cui un corpo è nel mondo, Boss ritiene che la malattia esprima o l'unica modalità con cui il corpo si apre e si relaziona al mondo, o le modalità escluse, che non esprimendosi in un vissuto globale si annunciano patologicamente. Da questo punto di vista le regioni del corpo colpite dalla malattia appartengono alla relazione con il mondo patologicamente interrotta o esasperata. Ciò che determina la malattia corporea non è quindi una somatogenesi o una psicogenesi o una interazione tra le due, ma è un alterazione del rapporto tra il soggetto e il mondo.
All'interno di una ipotesi gestaltica, Weizsächer ritiene che per la piena comprensione di un fenomeno patologico occorre riferirsi agli avvenimenti della sfera corporea percepiti come trasformazioni fisiche, a quelli della sfera psichica espressi da pensieri, sogni, fantasie, e a quelli della sfera sociale che si traducono in rapporti e interazioni con gli altri.
Seguendo un'impostazione di tipo più fisiologico, Cannon ritiene che le malattie psicosomatiche siano dovute allo stress, ossia a risposte emozionali troppo intense o troppo a lungo mantenute che mettono in moto risposte fisiologiche o psicologiche il cui scopo è quello di attenuare lo stress. Il comportamento messo in atto può essere di "attacco" o di "fuga" secondo Cannon, o di "adattamento" secondo Selye. Quando gli sforzi del soggetto falliscono perché lo stress supera la capacità di risposta, allora si è esposti ad una vulnerabilità nei confronti della malattia dovuta ad un abbassamento delle difese dell'organismo.
Nemiah, al contrario, partendo dalla constatazione che il paziente psicosomatico presenta un'incapacità di descrivere con precisione i propri sintomi, un'incapacità ad individuare sensazioni affettive e distinguerle tra loro, un'inadeguatezza tra esplosioni emozionali e corrispettivi stati affettivi interni, rigidità, distacco e disarticolazione nella postura e nelle mimica, ha ipotizzato che a causa di fattori genetici o di difetti dello sviluppo esisterebbe una carenza di connessioni neuronali tra le aree del sistema limbico, deputate alla rielaborazione delle pulsioni e degli affetti, e le aree corticali, sede delle rappresentazioni consce, dei sentimenti e delle fantasie. Ne consegue che le stimolazioni delle pulsioni non vengono elaborate a livello corticale, ma deviate sull'ipotalamo che genera stimolazioni troppo intense e prolungate a carico del sistema vegetativo.
In conclusione si può affermare che le malattie somatiche sono quelle che più strettamente realizzano uno dei meccanismi difensivi più arcaici con cui si attua una espressione diretta del disagio psichico attraverso il corpo. In queste malattie l'ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma (il disturbo); non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite.
In genere il paziente psicosomatico si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e di cose e povero in emozioni. Per meglio chiarire si tratta di un paziente che difficilmente riferisce sentimenti quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione.
Spesso si tratta di pazienti che hanno difficoltà a far venire alla luce emozioni, che separano dalle cose ogni elemento di fantasia . Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo. In questo senso una persona, incapace di accedere al suo mondo emotivo, potrebbe non percepire rabbia, frustrazione o stress per una difficile condizione lavorativa e neppure immaginare una possibile connessione tra la sua ulcera e le emozioni o i vissuti relativi al suo lavoro.

 non ricordo quando, anni fa.. ma ... http://www.benessere.com/


La moltitudine di informazioni che circolano in rete

La moltitudine di informazioni che circolano in rete

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno sabato 18 settembre 2010 alle ore 20.36
Negli ultimi tempi la moltitudine di informazioni che circolano in rete, e presso le genti degli ambiti esoterici, spiritualistici e new age,
sono le più disparate;
vanno dei semplici ufo, passando per scie chimiche, harp, blue team, ologrammi, passando dalla saga di matrix, guerre stellari e
quant’ altro, per giungere alla fisica quantistica, con la teoria delle stringhe attraverso Braden, Lipton, oltre che ad altro collegato:
legge di attrazione, sciamanesimo, miracoli ed apparizioni mariane, per poi confluire sulla massoneria, 11 settembre teorie
complottistiche per giungere attraverso le storie varie, agli illuminati ed i gruppi blindebergher.. vanno dalla ricerca esterna del nostro “Maestro”.. passando per iniziazioni varie, per giungere poi a…

Ogni, saggio passato e presente.. "Maestro.. di Vita".. ha portato stimoli, affinchè l'umanità... l'uomo, sia evoluto verso... l'Infinito Reale.

Lo studio affascinante di questa serie di " Teorie – Verità"? Porta ad un unico filo conduttore. Affascinante l’idea di essere..  Dio. Umano,
in latenza Divinità, e risveglio della parte-scheggia divina che in noi… ma se questa teoria.. suffragata dalla teoria della fisica quantistica.. dice che siamo ciò che pensiamo.. allora perchè noi.. “Dei”… non compiamo gli atti che la "divinità" compie? Lacuna nello spirituale??..
Un “Dio”. umano.. noi “Motore Immobile.”. noi Dei in Risveglio di coscienza-consapevolezza, perché noi non sappiamo ancora compiere
realizzare una bellissima "Realtà" di consapevolizzare ed accendere la nostra latente “Divinità”.. interiore…????
Cos’è il filo conduttore unico di tutte queste belle "Cosine" che sappiamo vere,  anchè se non dimostrabili (ancora)….  Cosa possiamo fare per ottenere la nostra destinazione ultima. il Risveglio Consapevole dei nostri Latenti “Poteri divini”…
la Consapevolezza Divertente di questo colossale Bio-Conpiuter,  e se il filo comune lo conosciamo, qual’è lo strumento principe per osservare la “Vera Realtà”… ognuna e tutte le facce del “Vero cristallo di Verità”…??? Quale lo strumento principe di ogni scuola Esoterica-Iniziatica?

Come vedere la Realtà senza un condizionamento?

Sempre più questi pensieri, tormentano il ricercatore, perché in gruppo si corre meglio??? Perché lo specchio illusorio di Maia per sparire ha necessità di essere osservato da nuovi e più costruttivi punti di vista?? Come infrangere le credenze limitanti??? Ed inserire – sostituire nuove e più costruttive.. Credenze…
Maia è Illusione o è la Realtà??.. Cosa non dobbiamo vedere.. e Cosa possiamo vedere?? Per Agire... " Qui ed Ora "???


Buona vita fratello Entronauta....


Il Parere del Medico

Il Parere del Medico

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno domenica 19 settembre 2010 alle ore 23.18
Il Parere del Medico
Nel suo libro 'La memoria dell'acqua' (Macro Edizioni), in un capitolo sui prolemi della memoria cellulare il Dott. Francesco Oliviero (Psichiatra e medico Ortomolecolare), parla della Mind Chess e del Tocco col Cuore come tecniche di risoluzione.Scrive:'Un metodo molto efficace per scogliere queste memorie è il T.C.C. [Tocco Col Cuore, o Tecnica di Comunicazione Circolare, o Tripla Comunicazione Contemporanea], creato dal ricercatore Antonino Furfaro (Setter G. J.).Toccando il punto doloroso o l'intero corpo con una tecnica molto facile da imparare, la memoria corporea è in grado di invertire quasi istantaneamente la freccia del tempo, e innesca il processo di distacco emozionale e somatico dall'evento negativo; progressivamente l'individuo tende a liberarsi dal peso opprimente delle reminescenze dolorose.L'effetto di toccamento della cute raggiunge gli abissi delle cellule, ne penetra il nucleo, scuote e fa vibrare le corde dei geni; il tocco cutaneo si propaga nelle buie profondità molecolari.'

La rivoluzione della semeiotica ufficiale

Per un medico, la tecnica della Mind Chess appare molto suggestiva, perché il contatto di un medico con il paziente è finalizzato in termini diagnostici, allo scopo di rilevare segni o di evocare sintomi che possano portare ad una diagnosi presunta, secondo I criteri della semeiotica classica, alla ricerca di patologie più o meno gravi.La Mind Chess, così come il Tocco col Cuore, rivoluziona in modo copernicano la semeiotica ufficiale, perché la persona che esprime il proprio malessere viene vista secondo una sequenza spazio temporale dinamica, che contestualizza i sintomi tenendo conto delle espressioni verbali, del tono e del timbro della voce, della gestualità, dell'espressione fisiognomica, dei movimenti corporei, delle vibrazioni energetiche.L'operatore della Mind Chess amplia la propria capacità intuitiva ed empatica, si connette all'assistito ed entra in risonanza con le vibrazioni delle sue memorie antiche, memorie cristallizzate al momento del trauma emotivo e che si autoreplicano all'infinito come un incantesimo senza fine.La parte curativa si rivela stupefacente: il riposizionamento di eventi o persone nella propria mappa mentale realizza il senso di libertà e di unione che la persona ha inconsciamente sempre cercato e forse mai trovato, scioglie ciò che si è indurito e cristallzzato nel tempo e che, forse, l'ha fatta deviare dal proprio programma animico, fa intuire la realtà nascosta dove non esiste la dualità, ma tutto è uno; fa realizzare la semplicità della verità che abbiamo sempre cercato, per guarire, all'esterno di noi, senza intuire che era già all'interno di ognuno di noi.E' convinzione degli operatori che, partendo dalle verità nascoste nella Mind Chess e nel Tocco col Cuore, potremo arrivare segreto della vita: l'amore, come 'a' privativo e 'mor', senza morte; all'amore che annulla la morte perché esprime la vita nella sua eternità.

Generare nuova energia
Utilizzzando la "Mind Chess", e attraverso la liberazione dello spazio mentale di rappresentazione che questa consente (una sorta di 'sgombero' e riposizionamento), si 'genera' energia biologica nuova nella persona.E' proprio questa energia che diventa la moneta di scambio per/con l'inconscio, affinché questo accetti la nostra richiesta di modifica dei programmi non funzionali che si sono fissati nella persona.Così che la persona possa essere nella condizione effettiva di dare nuove risposte alla vita, attivando la propria capacità di scelta.Il nostro destino può essere cambiato in qualunque istante noi lo desideriamo e il nostro 'miglior destino' si comincia a manifestare con la decisione di arrendersi all'amore del proprio essere, per realizzare la linea del tempo ideale per ognuno.Ecco che, per decidere questo, serve dare questo programma da compiere anche all'inconscio e avere sufficiente energia nei propri serbatoi fisico e psichico.

Free your mind! Libera la tua mente!
Lo scacco della mente, per mettere in scacco chi sta usando la nostra mente.La tecnica della Mind Chess è una scoperta teorica e pratica operativa che ci può aiutare a debellare i 'virus' mentali, i programmi dannosi che altri hanno inserito in noi. 'Gratis' e senza farcelo sapere!Per iniziare, con la Mind Chess, portiamo attenzione al fatto che non siamo i soli ad usare la nostra testa e, di conseguenza, il nostro corpo e le nostre energie; non li usiamo solo noi, ma anche persone che sono come cloni al nostro interno anche se sono elementi esterni, fuori di noi.Sappiamo tutti quanto, spesso, siano ingombranti i 'cloni genitoriali' che ci portiamo dentro.Ciò è naturale, ma molte cose si possono cambiare e, molte influenze e forze nostre interne e sopite, risvegliare.In seconda istanza togliamo ciò che non è nostro ed è deleterio alla nostra vita: i programmi estranei e attivi dentro di noi.Essi pregiudicano il nostro sentire, pensare, vivere, scegliere e agire.Vogliamo toglierceli di dosso in pratica, perché vogliamo pensare liberamente (Free your mind, liberamente!).Faccio riferimento alla memoria spaziale, alle figure, agli ologrammi, alle forme pensiero che stazionano nello spazio limitrofo, sferico, ruotando attorno a noi.Sono elementi naturali, energetici che creiamo attraverso la nostra mente e si depositano nelle memorie.Costantemente sono attivati-stimolati dalle complesse forze e linee di comunicazione che giungono dall'esterno sino a noi.Attraverso la Mind Chess, vediamo quanti e dove sono gli ologrammi significativi della nostra esistenza e, se necessario, lavoriamo per toglierci dai loro condizionamenti e dalle loro limitanti influenze per essere liberi e in armonica salute e relazione.Migliorano le relazioni e i condizionamenti sessuali, e i passati complessi di colpa educativi scompaiono come neve al sole, liberando l'individuo.Riusciremo a raggiungere gli obiettivi e saremo in una migliorata relazione con gli altri.Mi rendo conto che è piuttosto difficile, attraverso uno scritto, descrivere in modo preciso la procedura tecnica, ma incominciate a prendere coscienza della memoria spaziale e degli ologrammi che sono attorno a voi e agli altri: immaginate una scacchiera con i suoi pezzi rappresentati da noi stessi, dai genitori, fratelli, partner, figli, lavoro, rivali, 'nemici', interessi, malattie, problemi economici e via dicendo..


Materiale rilevato dal sito: http://www.toccocolcuore.it/

Buona lettura e buona visione a tutti gli amici..

..Non credere a quanto ti

..Non credere a quanto ti

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno domenica 26 settembre 2010 alle ore 12.36
..Non credere a quanto ti viene annunciato come verità dottrinale solo per la forza carismatica di chi lo fa;
né devi credere per un fatto di religione, di cultura, di casta, o di razza; né per un'imposizione qualunque,
sia pure manifestata in buona fede. Credi solo se quanto ti viene indicato trova corrispondenza nella
tua anima e nel sano giudizio che alberga in te. Solo così sarai un uomo libero e capace di promulgare,
a tua volta, la Verità agli altri."    

Gotama Siddartha, il Buddha



Ed io tribulo.. a capire...  ma non credo... solo perchè me lo a detto... tizio o caio....


Neuroni Specchio e stile di vita....

Neuroni Specchio e stile di vita....

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno domenica 26 settembre 2010 alle ore 16.42
Neuroni Specchio e  stile di vita....

Guardo raramente la TW... ma oggi mi colpisce un programma:

Tratta di Modelle anoressiche...  o archetipi costruiti dai mass media???

Non parliamo di fatti con nomi e cognomi, voi li sapete meglio di me!! Vorrei parlare di forme e di psicologie...

Ogni volta che una ragazza anoressica muore... e le cliniche sono piene di ragazze anoressiche....Sofferenti...

Ricordo le signore dell'antica roma che si chiamavano "Matrone" ... ed oggi da me giu in meridione ci sono delle bellississime Donne..

Taglie calibrate... oltre la taglia 40 si parla di taglie calibrate...Cos'è che vogliamo toccare le "Ossa" o la Carne... tra una taglia 38 ed una taglia 56, credo ci sia una lunga possibilità di scelta, io personalmente "sento" le sensazioni di una carezza data ad una bella Donna.. 44/46

Ma se noi ci innamoriamo delle ossa... perchè ci hanno "condizionati" a credere che magro è bello.. ma quanto è falso?? Oserei dire che il sovrappeso forse è indice di "Malessere", perchè limita.. ma quanti chili occorrono per affermare di essere in sovrappeso quanto peso in più per dire "Malessere"..Quanto?  5/7/15 o 40 Kg. io personalmente in base all'età ho modificato parecchio il mio peso, da 57 a 82 per tornare sei mesi dopo con un poco di controllo.. al mio peso forma.. 69 Kg.. x 169 Cm. di Altezza, anzi oserei dire di "Bassezza"...

Ma questi signori che creano degli archetipi di "ANORESSICHE".... e la moda aiuta...

Evviva la Vigilessa... Bella Donna.. magari con la solarità di una buona forchetta.....

Una persona... Donna o Uomo, quando ha fame.... è arrabbiata... e quindi se si osserva...
l'espressione si intravede l'acidità... dell'espressione, l'aggressività latente, e poi ci stupiamo delle "Guerre"

Barbara... Messaggio Falso....  Fascion... e chi è???


Ma fatevi una vita.. "Vera"... andate un poco per il mondo Reale... e guardate che cosa rappresenta la "MAGREZZA"...
la magressa è associata alla "Fame".. che la parte povera del mondo non si riesce a togliere mai la fame, c'è la lotta alla fame..


Cosa si fà per questo?? creiamo l'Archetpo taglia 38 cosi la soglia della fame del mondo diminuisce... un poco come le statistiche farmaceutiche.. diminuiamo la soglia del "Normale".. ed aumentiamo di conseguenza la distribuzione di farmaci per ristabilire la normalità.

Il simile richiama il simile.. dice una legge della magia.. Oggi la teoria dei "Neuroni Specchio" dice che diventiamo ciò che "Immagginiamo"

Noi come vogliamo che siano, i nostri figli ed i nostri nipoti.. i nostri giovani...

P.S. non ho parlato volutamente di diete strette ed abuso di qualsiasi sostanza che purtropo si sà... che.

N.B. Se vogliamo che gli altri diano-abbiano un buon esempio, diamo noi per primi un buon esempio..

Scusate lo sfogo ma mi fermo qui.. prima che qualcuno mi...

Saluti per tutti...

Cerco Modelle alte Cm. 178 con un peso di 57Kg....
Vedi un po Tu, se sei libera ti mando il mio numero di telefono...

Buona vita, e trovate modelli funzionali alle vostre credenze.. quali che siano.

"Manipolazione", Anabasi, 1993

Edizione elettronica integrale del testo pubblicato in "Manipolazione", Anabasi, 1993

pubblicata da Letterio Furfaro il giorno lunedì 27 dicembre 2010 alle ore 1.04
Umberto Santucci
Edizione elettronica integrale del testo pubblicato in "Manipolazione", Anabasi, 1993
Multimedialità, realtà virtuale e
manipolazione



La mano è per l’uomo il docile e subordinato servitore della mente. L’idea del lavoro «manuale» come attività di rango inferiore rispetto al lavoro «intellettuale» dipende probabilmente da questo. Eppure alla «manualità» vengono riconosciute eccellenza e arte: è alla mano del pittore, del chirurgo, al tocco del pianista, che si attribuiscono produzioni o esecuzioni qualitativamente superiori.
Doppia valenza ha anche il termine manipolazione: secondo una prima accezione, con essa si vuole intendere l’intervento diretto della mano sulla materia. Ma prevale una seconda accezione, simbolica e negativa, che indica un’azione dissimulata nei confronti di qualcuno (non più su qualcosa) di cui si voglia condizionare la psiche e di conseguenza il comportamento.
La manipolazione ha a che fare quindi sia con la mano sia con la psiche. Manipolatori e manipolati possono conoscersi, come avviene nei rapporti diretti fra persone, o ignorarsi reciprocamente, come avviene per molta comunicazione di massa.
Manipolare individui implica «occultamento»: il destinatario non deve essere informato degli obiettivi reali che ci si aspetta di ottenere da lui. La definizione dell’Oxford Dictionary di to manipulate è: «manage a person by dextrous (expecially unfair) use of influence». II manipolatore deve essere poco trasparente, ma al tempo stesso deve avere influenza (per livello gerarchico, per potere psichico, per denaro, per autorità) e deve saper condurre le persone nella direzione voluta.
Come la stessa mano può dare uno schiaffo o una carezza, può rompere un ramo o coltivare un fiore, la manipolazione può far danno o essere costruttiva, di conforto o di aiuto.
Ma chi manipola chi? E’ difficile dirlo. La manipolazione è possibile quando circola poca informazione. Società segrete, servizi segreti, segreti militari e politici, comportano forti rischi di manipolazione. Ma l’informazione che passa da una frontiera all’altra, che col satellite collega i continenti, ha fatto crollare il muro di Berlino senza nessuna barricata e senza nessuna battaglia. Se è vero che siamo manipolati da informazioni non trasparenti o addirittura ingannevoli, da depistaggi, da commenti di parte, il nostro livello di consapevolezza rispetto alle nostre reazioni e al nostro consenso è tuttavia molto maggiore. E da vittime passive di strategie occulte siamo oggi a nostra volta manipolatori delle emittenti televisive, dell’editoria, dei leader politici e culturali.
La multimedialità

La civiltà postindustriale informatizzata tende al multimediale. L’edicola non vende più solo il giornale, ma pacchetti che contengono carta stampata, compact disc, videocassette, floppy disc. Le grandi concentrazioni editoriali comprendono case editrici, emittenti televisive, agenzie di pubblicità, produzioni audiovisive. Negli ultimi cinquant’anni sono entrati nelle nostre case il quotidiano, poi il telefono, quindi la radio, il registratore magnetico, la televisione,:il fax, il videoregistratore, il personal computer. Il computer si è evoluto da macchina per la scrittura e il calcolo a potente stazione capace di trattare suoni, immagini, parole, numeri, bit, di trasformare linguaggi umani in informazioni digitali facili da elaborare, spedire, duplicare, archiviare, ridecodificare come stampe su carta, musica, immagini a colori, fotografie e persino oggetti tridi-mensionali.
La multimedialità rappresenta oggi la possibilità di trattare, con un unico sistema tecnologico e con una sola stazione di lavoro, linguaggi diversi integrandoli tra loro. L’integrazione tra linguaggi diversi non costituisce una novità: già la tragedia greca o il melodramma italiano integravano parole, musica, danza, scene, immagini. La novità sta nel fatto che la «macchina» per fare tutto ciò sta tutta su un unico tavolo, si collega per telefono con macchine simili in qualsiasi parte del mondo e permette a chi interagisce con essa di essere a1 tempo stesso lettore, autore e regista di una performance.
L’integrazione di linguaggi amplierà le capacita di conoscenza e di comunicazione, rendendo accessibile il superamento di quella spaccatura, che per millenni la comunità umana ha sofferto, tra l’analfabeta, che doveva accontentarsi di immagini e suoni, dipendendo da altri per le necessarie spiegazioni, e 1’alfabetizzato che sapeva leggere, scrivere e far di conto. Ancor oggi ci sono gli specialisti dello scrivere, quelli dell’immagine, quelli della, musica. Domani sarà sempre più frequente trovare persone capaci di maneggiare nella stessa operazione segni alfabetici, numeri, icone, immagini, musica, in una comunicazione sempre più integrata e multimediale.

Trasformabilità reciproca tra codici analogici e digitali

La tecnologia dell’informazione ha sviluppato i sistemi di codifica e decodifica, facilitando la trasformazione della stessa informazione da analogica a digitale e viceversa, e riuscendo a comprimere le informazioni per agevolarne la memorizzazione, l’elaborazione, la trasmissione. Lettere e numeri sono sistemi di comunicazione digitali, combinatori: pochi elementi di base servono a descrivere infiniti argomenti di qualsiasi genere. La rappresentazione ana1ogica consiste nell’usare suoni per esprimere realtà sonore, immagini per esprimere realtà spaziali, movimenti per esprimere realtà cinetiche.
Oggi è possibile «digitalizzare» immagini e suoni, tradurre cioè caratteristiche di forma, colore, timbro, in valori numerici che possono essere elaborati da un computer, trasmessi velocemente da un capo all’altro del globo, immagazzinati in un disco. Ed è possibile ridecodificare i dati numerici indifferentemente in suoni, immagini o quant’altro.
E’ il regno della manipolabilità, nel senso che è possibile intervenire su qualsiasi informazione come si fa con la creta. Non a caso i manuali di istruzioni per 1’uso suggeriscono di non esagerare con le manipolazioni, pena le «marmellate informatiche».
Virtualità
La possibilità di elaborare le informazioni digitalizzate ci porta a considerare un’altra caratteristica della multimedialità: la virtualità. L’oggetto fisico si dissolve nel suo «doppio» informatico, che in un gioco di specchi lo rimanda ad altri oggetti, ad altre materie, ad altre funzioni.
A differenza della macchina industriale, predisposta a svolgere quell’unica funzione per la quale è stata costruita, ogni tasto del computer fa una cosa ma può farne anche una qualsiasi altra: basta «dirglielo». Il monitor può rappresentare le immagini con diversi livelli di accuratezza: basta «dirglielo». Il computer può simulare altri computer, così come può simulare ambienti disparati di lavoro. Nella scrittura al computer il virtuale e il reale si ribaltano in ogni momento 1’uno nell’altro: se da una parte possiamo produrre da soli uno stampato, dall’altra lo stampato vede ridotta la propria ufficialità e può costituire un semplice appunto momentaneo, una traccia da leggere e gettare.

Portatilità

La tecnologia tende a miniaturizzare sistemi e apparecchiature, rendendoli mobili e portatili. Strumenti nati per servire una collettività o un gruppo di persone tendono a diventare personali. Il fenomeno è già accaduto al libro. All’inizio era un grande volume in folio, messo su un grosso leggio al centro del coro dei monaci e letto durante un rituale collettivo. Man mano è diventato più piccolo, meno impegnativo, fino a diventare il pocket book.
Ed è accaduto anche all’orologio, che all’inizio era un intero edificio, poi ne fu una parte (la meridiana, 1’orologio sulla torre), quindi fu ridotto a dimensioni minime e diventò 1’orologio personale da portare al polso o nel taschino.
L’elettronica ha reso il fenomeno clamoroso. La valvola termoionica, grande come una lampadina, è diventata un transistor, piccolo quanta una caramella. Tanti transistor, montati su una scheda delle dimensioni di un foglio protocollo, sono stati ridotti in uno stampato piccolo quanto un bottoncino. II processo è continuatu con la VLSI, la very large scale of integration, alta tecnologia che può ridurre un intero calcolatore in un chip, una sottile pillola di silicio. Oggi il computer che sta nella valigetta ventiquattrore equivale in potenza e velocità di calcolo a qualcosa che nei primi anni ’50 occupava parecchie stanze. La stessa valigetta può contenere anche un telefono cellulare, un fax, una stampante e un modem che permetta di inviare e ricevere per telefono i dati del computer. Si può portare con sé l’intero ufficio, riducendo cosi le possibilità di manipolazione da parte delle gerarchie e aumentando la possibilità di manipolare le componenti della propria attività rispetto alle esigenze del momento.
Telematica
Un sistema telematico di uso comune è il fax (telefax significa trasmissione a distanza di un facsimile). La cosa straordinaria che il fax consente è il fatto di spedire una lettera via telefono, una lettera che rimane in mano nostra e si riforma dall’altra parte della linea. Lo scambio di informazioni, a differenza della scambio di merci, non priva di nulla colui che le invia.
In campo telematico, la più recente conquista è il già citato modem, un apparecchio che trasforma i dati digitali del computer in suoni (frequenze) da trasmettere per normale via telefonica. Esso permette di ricevere informazioni da qualsiasi luogo, di elaborarle e correggerle, di trasformarle in un testo diverso e di rispedirle in qualsiasi altro luogo. Il modem si serve delle normali linee telefoniche. Ma una rete internazionale con tecnologia molto avanzata è stata appena lanciata e presto sarà diffusa in tutto il mondo. Si tratta dell’ISDN, integrated system digital network, che trasforma qualsiasi informazione in dato digitale ed è quindi in grado di trasmettere parole, immagini, suoni, molto velocemente e a costi limitati.
Anche la comunicazione a distanza non è nuova. Dai segnali di fumo della preistoria all’invio di lettere con la ferrovia, dal tam-tam at telefono e al telegrafo, dagli araldi alla radio e alla televisione, abbiamo sempre cercato di accorciare le distanze. La telematica permette oggi il trasferimento di dati in tempo reale, da un computer all’altro, servendosi di linee telefoniche.
Oggi è possibile far collaborare a uno stesso progetto scienziati residenti in luoghi tra loro lontani, facendo circolare istantaneamente solo le loro idee. Si può collaborare a un medesimo progetto con persone mai fisicamente incontrate. Si disgrega così anche la tradizionale funzione del luogo di lavoro: decade improvvisamente la necessità di recarsi in ufficio, se le stesso urgente lavoro può essere svolto ovunque e inviato istantaneamente all’altro capo del mondo.
Interattività

Se 1’interazione è il comportamento reciproco di due sistemi nel momento in cui entrano in contatto tra loro, col termine interattività si vuole intendere la capacità di due sistemi di agire l’uno sull’altro, modificando le loro reciproche esperienze e comportamenti, a seguito delle interazioni avvenute. La sequenza che va dalla battitura di un tasto della macchina da scrivere alla stampa sul foglio del carattere corrispondente è un’interazione, ma la macchina da scrivere è in grado solamente di rispondere alla pressione sul tasto con quell’unico esito. Operando invece con un «sistema esperto», quale ad esempio un correttore ortografico, il sistema è in grado di confrontare le parole ricevute con quelle che ha precedentemente memorizzato e di evidenziare a chi scrive gli eventuali errori. Nel caso non si tratti di un errore ma di una parola che ancora non conosce, il sistema aggiungerà alla propria memoria la parola nuova. In tal modo il sistema continua a «imparare», divenendo così un correttore sempre più esperto.
Esistono sistemi esperti ben più complessi, come robot che «imparano» da un operatore manuale alcuni movimenti che poi sono in grado di riprodurre in una lavorazione in serie.
L’interattività permette di esaminare un edificio da punti di vista diversi, come se si stesse su un elicottero. Nei giochi di simulazione, a ogni nostro intervento su uno scenario determinato il computer calcola le conseguenze e aggiorna lo scenario. Ci sono diversi tipi di giochi di simulazione, il più complesso è il simulatore di volo, con cui i piloti si addestrano per imparare a volare. Nel posto di pilotaggio di un simulatore, al posto del reale parabrezza vi sono schermi che riproducono una realtà geografica artificiale. E’ su di essa che ci si alza in volo. Se si entra in un banco di nebbia, le immagini sugli schermi si appannano e i co1ori tendono al grigio. Se l’aereo cambia assetto inclinandosi, le linee d’orizzonte del simulatore si incliaano allo stesso modo.
I moderni personal computer con estensioni multimediali (lettore di CD-ROM, scheda audio, microfono, altoparlanti) ci mettono in condizione di interagire con corsi di lingue, programmi di musica, matematica, scienze, titoli di storia dell’arte, ecologia, enciclopedie e dizionari, giochi. Per esempio, vi sono CD-ROM che contengono tutta una città d’arte come Venezia, in cui si può «navigare» per vedere monumenti, opere d’arte, per conoscere notizie storiche, per ascoltare la musica di Vivaldi.
Se 1’interattività è già molto efficace in un sistema chiuso (il simulatore di volo, il personal computer) essa diventa straordinariamente potente in una rete telematica. Abbiamo già fatto l’esempio di un gruppo di progetto i cui collaboratori siano distribuiti in luoghi diversi: se i singoli componenti del gruppo hanno la possibilità di collegarsi con una banca dati che li metta in contatto con le biblioteche più importanti del mondo, il progredire della ricerca ne viene immensamente avvantaggiato. Tutto ciò è già possibile, ma comincia solo ora a diventare multimediale. Quando la multimedialità, ovvero la possibilità di organizzare archivi che contengano parole, suoni e immagini, sarà normalmente diffusa, si potranno consultare e utilizzare grandi patrimoni di conoscenza integrata: oltre a ottenere le informazioni desiderate, potremo vedere le immagini corrispondenti (quadri, edifici, piani urbanistici, pezzi meccanici, campioni merceologici, eccetera), potremo sentirne il suono (rumori di lavorazione, suoni tecnici, voci di animali, rumori e suoni fisiologici come il battito del cuore o il respiro, e naturalmente musica).

L’ipertesto

Quanto più un navigatore basa la rotta sui propri sensi e sulle informazioni che è in grado di tenere direttamente sotto il proprio controllo cosciente, tanto più i rischi di naufragio sono alti. Il navigatore può vedere solo una piccola parte di mare e non sa che cosa può accadergli un’ora o un giorno più tardi. Anche nel mare del sapere si può tenere presente e gestire solo un numero limitato di informazioni. Tutti i libri di consultazione, dalle enciclopedie ai manuali di storia, geografia, finanza, sano archivi di informazioni che permettono di liberare la stazione dalla quale si opera (che può essere la nostra mente e il tavolo da lavoro) di tutto ciò che non serve al momento, accedendo alla loro consultazione se e quando necessario. L’archiviazione deve essere fatta in modo da non occupare spazio eccessivo, nè la consultazione deve richiedere troppo tempo: le informazioni devono poter essere ritrovate con procedimenti facili e rapidi. Fin dall’antichità la biblioteca raccoglie una grande quantità di libri, li cataloga in vari modi (per autore, per argomento, per anno di edizione), organizza i cataloghi in ordine alfabetico, contrassegna scaffali e ripiani con combinazioni di lettere e numeri in modo tale da garantire 1’individuazione inequivocabile di un testo cercato. Con analogo criterio, all’interno del singolo libro, gli indici rimandano alla numerazione delle pagine. Enciclopedie, dizionari e guide, riferiscono le singole voci ad altre per maggiori approfondimenti. Un testo, ovvero ogni singola voce, è dunque organizzabile in una complessa rete che la collega ad altri testi, una sorta di foresta invisibile, fatta di tanti alberi le cui chiome e radici si intrecciano fra loro. I testi sono organizzati in un insieme che li supera e li contiene, una struttura invisibile, accessibile in qualsiasi momento, capace di collegare con criteri logici i singoli testi. Se testi e strutture sono organizzati in un sistema informatico, si parla di ipertesto.
Le prime teorie sull’ipertesto furono proposte da Vannevar Bush nel 1945 per un sistema di archiviazione basato su microfilm e da lui studiato per il presidente Roosevelt. Ma solo oggi il computer ha reso possibile e accessibile a molti la rapida gestione dello storage and retrieval, 1’archiviazione e il ritrovamento delle informazioni, e quindi lo sviluppo commerciale dell’ipertesto. Il testo si legge dall’inizio alla fine, come un racconto, un romanzo, un processo logico deduttivo. Con l’ipertesto ci si sposta per associazioni da un argomento all’altro ed è possibile tornare indietro, fino al punto di partenza. L’ipertesto si basa su quella che in informatica viene definita «interfaccia utente amichevole», ovvero su una simulazione grafica che appare sul monitor del computer e mostra nel modo più intuitivo possibile («amichevole») come muoversi fra le informazioni archiviate nell’ipertesto. L’interfaccia utente prevede che ci si muova per mezzo del mouse, un «topolino» di plastica che si tiene in mano e si sposta sul tavolo. Al posto delle zampette, il mouse ha una pallina mobile che tocca la superficie del tavolo e che muovendosi fa girare due rotelline poste al suo interno, che trasmettono al computer una i valori di x, l’altra i valori di y. Il computer è cosi in grado di localizzare gli spostamenti del mouse e di indicarli sul monitor. Qualora ci si perda inseguendo successive consultazioni, un buon ipertesto ricorda i movimenti fatti ed è in grado di ritornare indietro, in qualunque punto della consultazione, e negli indici che permettono una visione generale degli argomenti.
Se il testo è qualcosa di immutabile, da leggere così come è stato scritto dall’autore, 1’ipertesto è concepito in partenza come qualcosa di manipolabile. Ci sono ipertesti che prevedono l’intervento del fruitore e gli permettono di scrivere nuove frasi, fare calcoli, aggiungere dati, cambiare forme e colori. Un ipertesto con ampie possibilità di apertura e di combinazione con altri ipertesti può dar luogo ad aggregazioni che non erano state previste dagli autori. Il testo è uno strumento di manipolazione a disposizione dell’autore, in quanto predispone una sequenza rigida di avvenimenti e argomentazioni. E’ la stessa sequenza a determinare l’importanza e il significato di un enunciato all’interno di essa. L’ipertesto invece è uno strumento di manipolazione a disposizione del fruitore, perchè è lui che decide se restare sulle generali o entrare nei particolari, che sceglie gli argomenti da approfondire, che in qualsiasi momento può tornare a una visione generale del problema.

La realtà virtuale

Stando al centro di Piazza del Duomo a Milano, con un’occhiata è possibile vedere tutta la facciata della chiesa. Ma per vedere nei particolari la Madonnina, bisogna salire sul tetto del Duomo.
Il monitor del computer è una finestra virtuale attraverso cui osservare porzioni altrettanto virtuali del mondo; questo accade davanti a qualsiasi monitor, dallo schermo televisivo al display del computer portatile. Con la televisione non sono io a scegliere la porzione di ciò che voglio vedere: altri hanno orientato la loro telecamera sulla porzione di realtà che ritengono possa interessarmi. Con il computer si può ingrandire una parte di ciò che si vede sul monitor, avvicinando virtualmente il proprio osservatorio in modo da inquadrare solo il particolare che interessa. Le dimensioni del monitor rimangono uguali, cambiano solo le inquadrature. Il monitor è come una finestra che si apre su una realtà più ampia, o meglio è come 1’oblò di un sommergibile con cui ci si muove entro un ambiente di cui si vede solo ciò che appare dentro l’oblò. Ma la realtà che sta oltre il monitor non esiste fisicamente, è calcolata di volta in volta dal computer, è dunque una realtà virtuale.
Siamo rimasti a lungo al di qua dello schermo televisivo, che lanciava messaggi in una sola direzione, da sé verso di noi. Col telecomando e il videoregistratore abbiamo acquisito la capacità di scegliere fra tutto ciò che avveniva all’interno del monitor, ma continuiamo a restare al di qua del monitor. Con una telecamera possiamo inserirci nel monitor, ma ciò che vi entra è solamente la nostra immagine: noi restiamo sempre al di qua. Pare che non ci sia concesso di entrare davvero nel monitor. Astolfo che va sulla luna in groppa all’Ippogrifo, Alice che entra nel Paese delle Meraviglie, sono soltanto favole. Noi restiamo nella nostra realtà.
Ci ha sempre affascinato la possibilità di rappresentare uno spazio tridimensionale: basti pensare alla ricerca prospettica della pittura rinascimentale. La computergrafica ci ha permesso di costruire oggetti con le tre coordinate x, y, z e di muoverli in uno spazio vrtuale. Le sigle televisive che ci danno l’impressione di volare su paesaggi artificiali, girando intorno a oggetti ed entrando in essi, sono realizzate con programmi di grafica tridimensionale. Ma non si tratta ancora di una vera percezione tridimensionale: per ottenerla è necessario che la nostra visione sia binoculare, poiché è la convergenza dei nostri due occhi a darci la sensazione della profondità spaziale. Per riprodurre artificialmente la visione binoculare si è creato un casco con due piccoli monitor, uno per occhio. Il computer invia ai monitor due immagini leggermente sfalsate, come quelle che effettivamente vedono i nostri due occhi: è il cervello a operarne la sintesi, dandoci l’illusione della tridimensionalità. Il mouse si muove su un piano (bidimensionale). Per orientarci nelle tre dimensioni non è più sufficiente. Allo scopo è stato studiato un «guanto tridimensionale» o 3D glove che si indossa su una mano per trasferirne i movimenti a una mano virtuale che vediamo nel monitor. Altri sensori possono essere applicati a una tuta, cosa che ci permette di trasferirci con tutto il corpo all’interno del programma, di muoverci e di operare dentro di esso. Se giriamo la testa, l’ambiente scorre davanti ai nostri occhi in base al nostro movimento. Se con la mano afferriamo un oggetto e lo scagliamo lontano, l’oggetto volerà e cadrà nello spazio virtuale in base alla forza con cui lo abbiamo scagliato. Questi sono i principi di funzionamento della realtà virtuale, che è ancora ai primi passi, ma che già ha rotto la barriera ideale fra noi e il monitor. Saltar dentro un ambiente di realtà virtuale è un’esperienza ben diversa dall’assistere alla norma1e proiezione di un film. Elemire Zolla si è entusiasmato di fronte a questa nuova opportunità e ha immaginato che essa possa costituire una pratica meditativa di «uscita dal mondo», sulla scia delle antiche pratiche spirituali dei mistici e degli sciamani. C’è chi ne coglie il puro aspetto ludico, chi immagina addirittura il sesso virtuale, e già sono stati prodotti videogame dove ci si deve difendere con le mani da piccoli aerei che sembrano venirci addosso. A tutt’oggi i media, specialmente i settimanali di grande diffusione, hanno presentato la realtà virtuale come qualcosa di magico e di fantastico, con cui è possibile viaggiare in paesi lontani senza muoversi da casa, perdersi in mondi di sogno, vivere da protagonisti avventure straordinarie. In realtà la rappresentazione grafica degli ambienti virtuali per ora è ancora piuttosto schematica e i computer con caschi e guanti sono ancora troppo costosi. Nondimeno la strada imboccata avrà certamente notevoli possibilità di utilizzazioni professionali. In campo scientifico ad esempio, si potrà prendere in mano una molecola virtuale e plasmarla come se fosse un oggetto reale, cambiandone la struttura nelle tre dimensioni e ottenendo in tal modo una molecola diversa. Si potrà entrare virtualmente in realtà le cui dimensioni sono oggi inaccessibili - come la doppia elica del DNA o una galassia – e manipolarle. Si potranno ricreare virtualmente oggetti e ambienti tridimensionali inesistenti, ma capaci di rappresentare problemi filosofici, psichici, linguistici, per poterne manipolare le componenti come se si trattasse di oggetti fisici da spostare e combinare per vedere che cosa succede. Per esempio le componenti sintattiche di un periodo potrebbero combinarsi fra loro in una struttura ad albero che faccia vedere la proposizione principale, le coordinate e le subordinate. Il taglio di un ramo, lo spostamento di un elemento, potrebbero dar luogo a diverse forme letterarie del periodo. La manipolazione acquisterà così una dimensione euristica, perchè potrà essere applicata a realtà immateriali, a strutture concettuali e organizzative, a costruzioni logiche complesse. Azzardando delle ipotesi, si potranno studiare strutture di pensiero bidimensionali (una deduzione logica), tridimensionali (un sistema organizzativo con piani orizzontali, linee gerarchiche, proiezioni future) e non euclidee (comportamenti coscienti e desideri subconsci), ma invece di formulare ipotesi e trarre conseguenze mentalmente, si potrà modificare un elemento manualmente (in senso virtuale) per vedere come questo inciderebbe sulla struttura nel suo complesso, razionalizzandone a posteriori il processo.

Uno scenario possibile

Il nostro futuro potrebbe essere quello di soggetti capaci di ricevere una grande quantità di informazioni e di prendere quelle che ci servono, facendole crescere in un rigoglioso sistema di conoscenza.
La comunicazione di massa ci ha portato a gridare sempre più forte, in un clamore nel quale le informazioni si muovono con difficoltà crescente, ci ha sommerso di tanti e tali messaggi da renderci pressoché impossibile distinguere l’utile dal superfluo, il vero dal falso. Oggi dobbiamo inventare nuovi modi di comunicare non assordanti, ma che consentano l’accesso e la selezione delle informazioni richieste a chi le desidera. La civiltà industriale doveva realizzare economie di scala, perché i costi di produzione diminuivano quanto più aumentava la quantità dei beni prodotta. L’ideale per l’industria era fare un prodotto uguale per tutti, da vendere a tutti. La catena di montaggio era concepita in modo da produrre la massima quantità nel minor tempo possibile. Anche per l’informazione, un solo giornale che accontentasse il maggior numero di persone era preferibile a tanti giornali da stampare in un numero di copie ridotto. La pubblicità martellante e ripetuta era l’unica forma con cui si comunicava al grosso pubblico l’esistenza di un prodotto da acquistare.
La civiltà postindustriale si fonda sulle tecnologie dell’informazione. La catena di montaggio robottizzata e pilotata da computer è flessibile, nel senso che la stessa catena può produrre oggetti con caratteristiche diverse. La rapidità doelle informazioni permette di ottimizzare i flussi tra produzione, magazzini, distribuzione, consumo. Oggi non c’è più bisogno di riempire i magazzini con grandi scorte, perché si può produrre solo quello che i clienti chiedono. Anche nella comunicazione i mass media tendono a frantumarsi e a differenziarsi a seconda del luogo in cui arrivano o del tipo di pubblico che intendono raggiungere. Dalla comunicazione di massa stiamo evolvendo verso una comunicazione personale. Oltre il giornale e la televisione ci sono il fax e il Videotel. Le nuove tecnologie permetteranno la moltiplicazione di linee telefoniche e di stazioni televisive, con possibilità di scelta più ampie e articolate. Già adesso ci sono stazioni televisive che trasmettono solo sport o notizie.
Gli strumenti della comunicazione, il telefono, la fotocopiatrice, il fax, il computer, sono già diventati portatili, tascabili, personali. Anche i messaggi devono arrivare a muoversi a livello personale. Non dovremo aver bisogno di comprare un giornale uguale per tutti, ma potremo collegarci con banche dati che ci inviano solo le notizie che ci servono. Le nuove tecnologie ipertestuali e telematiche ci aiuteranno dandoci ampi quadri di riferimento e permettendoci di accedere nel più breve tempo possibile alle informazioni che ci occorrono, fino al livello di approfondimento che desideriamo, riducendo la confusione e il rumore. Non più e non solo manipolati dai mass media, diventeremo sempre più manipolatori dei media, di linguaggi, di messaggi. Ma dobbiamo prepararci a questi nuovi scenari. Dobbiamo imparare a distinguere tra messaggio attivo e patrimonio informativo, tra la freccia scagliata verso il bersaglio e la chiave che apre forzieri e magazzini, fra il remo che ci fa muovere in avanti e la bussola che indica la direzione da seguire. Con le nuove tecnologie dovremo cercare di togliere alla manipolazione il suo carattere mistificatorio, per restituirle il valore d’aiuto che la mano ha per la mente.
Manipolazione non dovrà più essere quel subdolo gioco sulla decontestualizzazione dei messaggi, sulla comunicazione che tende a nascondere i comportamenti invece di mostrare coerenza fra messaggio e comportamento, sulla memoria corta e la mancanza di riferimenti dei destinatari. La comunicazione ridondante e rimbombante che insiste sui rituali di produzione/consumo/rifiuto della morente civiltà industriale è fortemente esposta ai giochi di manipolazione. La nuova comunicazione, più attenta all’articolazione dei rapporti fra testo (il messaggio, nella sua completezza multimediale) e contesto (l’ambiente dell’emittente e del destinatario, il sistema di segni e di culture in cui il messaggio si inserisce), apre per tutti la possibilità di manipolare le informazioni ricevute ed emesse. Si profila una risorsa inedita, un orientamento per il futuro, se la nuova modalità comunicativa coinciderà con il coltivare, col separare il grano dalle erbacce, con il montare e lo smontare meccanismi informativi e culturali, col ridisporre strumenti e procedure per raggiungere i fini desiderati. La manipolazione non andrà più vista come un rapporto di potere, dove il più forte manipola il più debole, ma come un’attività personale alla portata di tutti, un impegno etico ed ecologico volto a bonificare l’ambiente in cui viviamo da messaggi inutili e dannosi, che non tengono conto della trasparenza delle fonti, della chiarezza dei fini, della qualità dei mezzi.
Indicazioni bibliografiche

J. D. Bolter, Lo spazio dello scrivere: computer, ipertesti e storia della scrittura, Vita e Pensiero, Milano 1993.
G. e R. Carraro, Viaggio nel futuro. Informatica, cultura, multimedia, Apogeo, Milano 1992.
G. degli Antoni, Realtà artificiale: una silenziosa rivoluzione cognitiva, Tecnos, Milano 1991.
R. Grandi, I mass media fra testo e contesto, Lupetti 8c Co., Milano 1992.
D. R. Hofstadter, Godel, Escher, Bach: un Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi, Milano 1984.
T. Maldonado, Reale e virtuale, Feltrinelli, Milano 1992.
M. Minsky, Le società della mente, Adelphi, Milano 1989
Multimedia, Comunicazione, formazione e tecnologie, rivista bimestrale, Sonda, Torino
U. Santucci, La comunicazione multimediale, Il Sole 24 Ore Li-bri, Milano 1991.
E. Zolla, Uscite dal mondo, Adelphi, Milano 1992, pp. 19-31.



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CONDIVIDERE LE CONOSCENZE

CONDIVIDERE LE CONOSCENZE 

Il secondo processo riguarda il condividere le conoscenze. Si tratta di un processo essenziale, la gran parte delle conoscenze nelle organizzazioni, in quanto routinizzate, sono di natura collettiva.

            Nello studio delle organizzazioni non si può prescindere dal fatto che i soggetti ne sono, comunque, il principale elemento costitutivo. Pertanto, anche la conoscenza che si genera ed accumula in ogni assetto organizzativo,  non può che essere considerata, innanzitutto, come un patrimonio soggettivo che, attraverso un processo cumulativo, dà vita al complesso delle conoscenze organizzative.

            Ciò permette di cogliere l’ importanza del processo di condivisione e socializzazione delle conoscenze come meccanismo che si lega sia all’ integrazione che al mutamento in ciascuna organizzazione.


Come si diffonde la conoscenza organizzativa

            Perché le organizzazioni si sviluppino ed assicurino la propria sussistenza, è necessario che le conoscenze su cui esse si fondano si propaghino e mettano radici nel modo più ampio e rapido possibile; ciò, generalmente, avviene attraverso canali e meccanismi sia formali che informali. Nella prima categoria possono essere comprese le relazioni scritte ed orali o per immagini, le testimonianze dirette e gli scambi di visite, l’ affiancamento con elaborazione di esperienza diretta, la rotazione del personale, le azioni formative mirate. Nella seconda categoria rientra tutta una serie di attività costituite da relazioni sociali, sia distinte per ruolo o fasce di ruolo, sia “trasversali” rispetto a queste differenziazioni. Tutto ciò permette di mettere in luce l’importanza della dimensione cognitiva della vita di una organizzazione (che si sviluppa attraverso le pratiche poste in essere dai soggetti) ed il fatto che questa deve essere tenuta nella debita considerazione, allorquando si gestisca e/o si studi un qualsiasi assetto organizzato.

            Quello della socializzazione e condivisione delle conoscenze è il processo attraverso il quale, all’ interno del sistema sociale e tecnico di una organizzazione, grazie alla formazione di gruppi, si struttura e ristruttura continuamente il patrimonio cognitivo, individuale e collettivo, legato alle cosiddette ‘routine’ che, invece, rappresentano l’elemento codificato, standardizzato e consolidato dell’ agire organizzativo. La peculiarità di questo processo è quella di collocarsi all’esterno dei canali ufficiali e delle procedure codificate, che ogni organizzazione predispone per la necessaria circolazione delle informazioni, sia al proprio interno che verso l’ esterno. Da un’organizzazione all’ altra possono variare notevolmente i livelli di standardizzazione delle conoscenze e della loro condivisione fra i soggetti coinvolti nelle stesse routine, ma sono analoghi gli obiettivi che questi meccanismi tendono a perseguire. Un processo di apprendimento standardizzato, relativo a conoscenze standardizzate, quando costituisce una modalità prevalente e diffusa, tende a generare nei soggetti l’ elaborazione di risposte ai problemi orientate esclusivamente alla regolazione di un equilibrio (effetto ‘termostato) minacciato da una qualsiasi ‘varianza’, tendenti al mantenimento dello statu quo ante). In questo caso, nell’ organizzazione prevale un orientamento riproduttivo, mirato alla cristallizzazione delle conoscenze e delle procedure relative al suo funzionamento, nonché del modo di affrontare la soluzione di problemi.

            Quanto meno è formalizzata, invece,  la trasmissione di conoscenze e quanto più spazio è lasciato alla loro socializzazione informale, all’ interno delle organizzazioni, tanto più facile e probabile sarà lo svilupparsi di meccanismi di  apprendimento che generano nuove soluzioni, nuove modalità di pratica e di azione organizzativa. Alcune ricerche svolte su queste due diverse forme di apprendimento organizzativo hanno mostrato che, per la sopravvivenza, la crescita e la trasformazione di ogni organizzazione radicata in un contesto sociale e culturale, le azioni concrete e le pratiche messe in atto quotidianamente dai soggetti impegnati, sono molto più importanti delle procedure formalizzate e standardizzate. In senso generale, infatti, è noto che quasi sempre esiste una certa differenza, oltre che una discrepanza, fra la cosiddetta ‘organizzazione formale’ e l’ organizzazione ‘reale’ che, appunto, corrisponde all’insieme di azioni e pratiche concrete, svolte dai soggetti.


            Alla luce di queste considerazioni, per una organizzazione si rivela estremamente importante comprendere e valutare l’ importanza del ‘vissuto’ realizzato al proprio interno, al fine di progettare meccanismi  e percorsi di apprendimento utili per la propria sussistenza ed innovazione.



La “comunità di pratiche” ed il lavoro di gruppo

            Per lo studio e la comprensione del processo di socializzazione delle conoscenze, l’ unità di riferimento importante è la cosiddetta ‘comunità di pratiche’, intesa come sistema sociale fondato su un insieme di attività i cui membri, attraverso rappresentazioni narrative, racconti di storie, aneddoti etc., si scambiano conoscenze sulla maniera di affrontare e risolvere una vasta gamma di problemi, generalmente relativi alla loro attività professionale. In ciascuna di queste comunità o gruppi, possono circolare storie emblematiche, che svolgono un vero e proprio ruolo pedagogico ed una funzione di socializzazione, più o meno informale, delle conoscenze all’interno dell’organizzazione medesima.

            L’ elemento caratterizzante di questa forma di socializzazione risiede nel fatto che i soggetti mettono in gioco, nell’attività di ‘problem solving’ un complesso di conoscenze, capacità, abilità, che vanno oltre quello che, formalmente, è previsto dal ruolo (formalmente definito) che essi esercitano. Questo processo, inoltre, palesa una connaturata radice collaborativa che, generalmente, costituisce un cero tipo di risposta al bisogno di coesione che ogni soggetto porta ed esprime, anche in seno alle organizzazioni fondate su meccanismi  e valori prevalentemente competitivi.

            In relazione a quanto detto, risulta evidente che la conoscenza, come patrimonio organizzativo, viene socialmente costruita e distribuita fra le persone che si aggregano in funzione di compiti coordinati ed obiettivi comuni. Le formazioni di gruppo ed i tipi di ‘comunità’  che meglio rispondono alle esigenze di efficacia  della pratica sono quelle  che si costituiscono spontaneamente, come forme ‘interstiziali’, non canoniche.  E’ stato dimostrato da numerose ricerche, infatti, che nelle organizzazioni i soggetti tendono più ad apprendere secondo modalità tendenzialmente collaborative, dando vita continuamente a forme dinamiche di comunità mirate, prevalentemente, alla socializzazione delle esperienze.

            Per procedere nella comprensione del ruolo che il processo di socializzazione delle conoscenze ricopre per una organizzazione, è utile richiamare la distinzione concettuale fra conoscenza tacita e conoscenza esplicita; la prima  si configura come istintiva, concreta ed esperienziale, la seconda come razionale, teorica e formale. Entrambe, però, sono connesse in un rapporto di reciproca alimentazione che si sviluppa in un processo ‘a spirale’, tale da permettere la reciproca integrazione  nonché la trasformazione della conoscenza tacita in esplicita e viceversa (‘ciclo di conversione’ ). Il processo di socializzazione delle conoscenze, in questo meccanismo di continua trasformazione, svolge  un ruolo fondamentale proprio nel regolare ed equilibrare il rapporto fra quantità e qualità del sapere implicito e quantità e qualità del saper esplicito, propri di una organizzazione. Infatti, da un lato è bene che una certa parte della conoscenza organizzativa sia resa sufficientemente esplicita (rispetto agli obiettivi dell’organizzazione) da un altro lato è necessario dotare di significato e contestualizzare le conoscenze implicite elaborate all’interno del sistema sociale dell’organizzazione. Così si attiva la trasformazione delle conoscenze da patrimonio individuale a patrimonio collettivo dell’organizzazione (che persiste nel tempo, oltre la presenza dei soggetti).
Non tutto l’ apprendimento che si sviluppa in una organizzazione è un fenomeno consapevole ed intenzionale; infatti, vi sono molti casi e molte situazioni in cui  i soggetti imparano senza rendersene conto, agendo e regolando il loro modo di agire sulla base di stimoli che via via si presentano (sia di natura tecnica che di natura relazionale). Nelle comunità di pratiche sono, fondamentalmente,  i processi di apprendimento del ‘sapere pratico’ e delle ‘teorie in uso’ ad attivarsi fra i soggetti che le costituiscono. Per questa ragione, dunque, tali forme di aggregazione rappresentano la base sociale per la trasmissione e la riproduzione delle conoscenze pratiche ed implicite.

            In conclusione, le comunità di pratiche, in quanto entità concrete, che vivono ed agiscono nelle organizzazioni, generano effetti altrettanto concreti sull’ assetto organizzativo dato, sia in termini di mantenimento e regolazione, sia in termini di mutamento. Espressi in termini analitici, tali effetti possono essere ravvisati:

- nell’ attivazione di canali comunicativi efficaci e diffusi;
- nella produzione di una serie di strutture interpretative delle esperienze e delle ‘performances’ organizzative;
- nella costruzione di una memoria storica dell’ organizzazione,  utile a sostenere i  processi di socializzazione interna;
- nell’accumulazione di un repertorio organizzativo fatto di storie, drammatizzazioni,  linguaggi, strettamente legato all’identità dell’organizzazione stessa.

            Dato il valore che le comunità di pratiche sembrano avere (come elemento centrale del processo di socializzazione delle esperienze) per la vita di qualsiasi contesto organizzativo, è importante che esse vengano riconosciute come sede peculiare di attivazione dell’apprendimento individuale e di rielaborazione di esperienze organizzative. Alcune azioni possibili, volte a questo scopo, da parte elle organizzazioni, potrebbero essere:

-    creare opportunità di monitoraggio riflessivo sull’esperienza;
-    potenziare i circuiti e le reti per la diffusione delle informazioni;
-    utilizzare la memoria organizzativa come elemento vivo  e dinamico  nel processo  di socializzazione dei soggetti.

            Gli strumenti che le organizzazioni possono utilizzare in tal senso sono molteplici e di natura diversa; certamente, le nuove tecnologie ed i sistemi di supporto alle attività organizzative che esse, ormai abbondantemente, offrono sono da privilegiare nella scelta.



la mappa non è il territorio ma la rappresentazione di..